La vita

S. Camillo De Lellis
Un messaggio di amore e di misericordia

Conoscere la vita di S. Camillo De Lellis attrae per il fascino del suo cammino mediocre e peccaminoso, comune a tanti uomini e a tanti santi, che attraverso vicissitudini positive e non della vita, hanno dato inizio alla conversione.
S. Camillo De Lellis ha fatto esperienza di malattia, povertà, solitudine, situazioni che lo hanno portato alla scoperta di Dio attraverso la visione di Cristo nel malato. Oggi è uno dei più grandi santi vicino ai sofferenti.

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Il padre di Camillo, Giovanni De Lelllis, era un capitano di ventura che passò la maggior parte della vita nelle armi al servizio degli imperatori Carlo V e Filippo II.
Anche la madre del nostro santo, Camilla De Compellis, era di famiglia nobile, proveniente da Loreto Aprutino. Ma lo era ancor più per la sua vita cristiana, di preghiera e di carità. All’età di sessant’anni si trova ad aspettare un bambino; esulta e insieme si sente smarrita e confusa per questa maternità inattesa, impossibile ormai.
A Bucchianico il 25 maggio del 1550 giunge l’ora del parto. Camilla ha in cuore una segreta angoscia. Non è certo superstiziosa ma una notte ha visto in sogno una lunga fila di bambini guidati dal suo –perché il suo sarà un maschio, ne è certa- e ognuno aveva sul petto una croce rossa. E se, si chiede lei, suo figlio diventasse nel domani un capo bandito? Che cosa terribile!casa nativa.jpg
Il bambino nasce in un giorno di festa, nella solennità di S.Urbano. Lei lascia la chiesa quando sente che è l’ora imminente e scende nella stalla perché il figlio venga alla luce come a Betlemme. Da questo giorno Camilla verrà soprannominata “santa Elisabetta”.
Camillo cresce spensierato, mattacchione, instabile, bizzarro, cocciuto, insofferente, e lo sarà ancora a lungo. Camilla vede realizzarsi l’amaro presagio del sogno e glielo ripete al bambino al ragazzo, sperando che una buona volta capisca. Ma non serve a niente. Gli anni intanto passano; Camillo è ormai adolescente. La madre muore di crepacuore e vecchiaia quando lui ha soli 13 anni. Affidato ad un precettore che non riesce ad imbrigliarlo, ha bisogno della presenza del padre. E Giovanni  torna a Bucchianico spesso ora che è comandante della fortezza di Pescara, ma una presenza così saltuaria non è di grande aiuto. Dadi e carte sono la sua passione, i compagni l’ammirano perché anche se più ignorante di loro, li supera tutti in intelligenza. Era un cristiano a sprazzi; sua madre gli aveva dato l’esempio di una intelligente attenzione ai poveri, ai bisognosi, ai pellegrini che sostavano a Bucchianico.
E ora Camillo si chiedeva cosa fare nella vita. Perché non seguire la carriera militare come suo padre Giovanni?

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Camillo a 17 anni era un ragazzo alto quasi due metri e con una salute di ferro. Sentito l’appello di Pio V aveva deciso di arruolarsi nell’esercito della Repubblica Veneta con suo padre. Partono, siamo nel 1567; ad Ancona padre e figlio si ammalano. Mentre Camillo ha una corporatura sana e robusta e supera in pochi giorni la malattia, Giovanni si ristabilisce a fatica. Decidono di ritornare a Bucchianico; ma presso il Forte di Sant’Elpidio, a pochi passi da Loreto, Giovanni non ce la fa e muore. Camillo lo seppellisce e riprende la via verso Bucchianico. Rabbioso, stuzzica la vescichetta che gli si è aperta all’altezza della caviglia sinistra. Il ritorno è faticoso e colpito dal comportamento di due fraticelli francescani, decide di deviare il cammino verso L’Aquila e di recarsi nel convento di San Bernardino dove è guardiano uno zio, fratello di sua madre. Decide di farsi frate. Vocazione vera o un momento di sconforto e delusione si chiede lo zio?  Camillo non molti giorni dopo, decide di recarsi a Roma, in ospedale, per farsi curare, guadagnare qualche soldo e reinserirsi in qualche esercito.Camillo ha la fortuna di essere accolto al San Giacomo degl’Incurabili. san Giacomo.jpgCi si trova subito male: tutto cozza con la sua indole. Se la piaga si richiuderà potrà andarsene presto. Divenuto inserviente si trova di fronte ad una vita molto diversa da quella di ragazzo spensierato e aspirante soldato. Sgobba tutto il giorno; umiliazioni, bisticci, scontri con gli altri inservienti che spesso scontano condanne quali galeotti. Solo a sera, evade dall’ospedale, raggiunge l’altar sponda del Tevere, tira fuori carte e dadi e gioca con i barcaioli sperperando tutto il suo guadagno. Non gli era possibile adattarsi, così venne licenziato. Arruolarsi, dunque, era il suo sogno. Parte per il Veneto, ma Venezia conclude con i Turchi una pace separata e Camillo si trova di nuovo congedato. Il caso vuole che si stava organizzando una spedizione in Tunisia e Camillo parte. Una strage. Ne esce salvo ma di nuovo congedato. Vuole arrivare ad ogni costo a Napoli; si imbarca su una galea spagnola, ma nell’infuriare di una tempesta ripensa a tutta la sua vita e rinnova i voti. Naturalmente giunto a Napoli si dimentica di ogni cosa e si gioca quanto gli è rimasto: l’archibugio, la spada, il mantello. Vuole tornare in guerra per mettere di nuovo qualche soldo da parte e giocare, stavolta per vincere. Parte con un commilitone per Manfredonia alla volta dell’Africa più stanco, affamato e sofferente  di prima; con un suo compagno, Tiberio, si trova di fronte al dilemma se rubare o chiedere l’elemosina. Così Camillo  tende la mano davanti a  una chiesa. Il vecchietto Antonio di Nicastro gli propone un lavoro come manovale in una fabbrica dei frati Minori Cappuccini; Camillo vuole accettare ma l’amico lo persuade e ripartono insieme verso Barletta per assoldarsi insieme con i mercenari di Spagna. Verrà a sapere poco dopo che non c’è nessuna possibilità di arruolarsi; dietro front per Manfredonia, dunque. Si ripresenta ai Cappuccini e accetta il lavoro di manovale, tutti gli vogliono bene.
Il 1 dicembre 1574 , con due asinelli porta calce alla fabbrica dei padri; avanti e indietro tutto il giorno.

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 All’inizio di febbraio lo mandano a Castel San Giovanni, vicino Manfredonia: dovrà portare al guardiano di quel convento alcune offerte di tagliolini e ritirare del vino. Padre Angelo lo accoglie cordialmente e gli parla. Camillo quella notte dorme male. È turbato, sconvolto, si chiede cosa Dio possa volere per lui. Quando al mattino del 2 febbraio 1575 riprende la via per Manfredonia in groppa all’asinello è ancora turbato; lungo il cammino improvvisamente si ritrova a terra, in ginocchio. Piange! Eccolo dinanzi a Dio nella sua verità di povero, di peccatore. Il passato così umiliante è vivo dinanzi ai suoi occhi, ma è il presente che conta. Non sarà più soldato; eppure Camillo resterà sempre Camillo: un audace, un appassionato, un prepotente, che metterà allo sbaraglio se stesso e anche gli altri e giocherà la vita propria  e altrui per un ideale nuovo perseguito fino in fondo per i quasi quarant’anni che gli restano. Non sarà neppure frate. Sarà un’altra cosa che oggi neppure lui sa e nemmeno intuisce. Ora si rialza da terra, risale sull’asinello, giunge a Manfredonia e chiede al guardiano dei cappuccini di accettarlo nell’Ordine. Attenderà. E intanto comincia una vita nuova. Quel passato sarà la base di una vita di misericordia. Il padre generale giunto a Manfredonia indirizzerà Camillo a Trivento, nel Molise. Ammesso al noviziato lo chiameranno “frate umile” mentre il suo nome da cappuccino sarà “frà Cristoforo”. Ma la piaga non gli dà tregua e viene congedato dai frati. Giunge di nuovo a Roma  al San Giacomo per farsi curare. Dopo alcune settimane viene dimesso e assunto come inserviente dell’ospedale. Ci resterà circa tre anni e mezzo poi cade malato ed è ricoverato. Un’esperienza indispensabile per lui. Dopo 55 giorni riprende servizio. Questa volta lo promuovono infermiere e poi guardarobiere che nell’arcispedale è la carica più importante dopo quella del maestro di casa. La piaga fa fatica a richiudersi e non c’è nessuna garanzia che possa tornare al noviziato. Così accetta la direzione di san Filippo Neri: due mentalità molto diverse; Camillo chiuso nella piccola realtà dell’ospedale e Filippo immerso nella Roma del pieno ‘500. Ma Filippo accetta di guidare spiritualmente questo giovane convertito e mentre Camillo gli parla  dei cappuccini, Filippo pensa ad una presenza preziosa in ospedale e tenta di dissuaderlo. Ma Camilllo non demorde. Si dimette dal San Giacomo e s’incamina verso la meta. Viene inviato a Penne e poi a Tagliacozzo come frate laico, ma quattro mesi dopo la piaga si riapre  e lo ritroviamo sulla via che conduce a Roma. A Camillo brucia ancora il desiderio di farsi frate ma comincia ad intuire il disegno di Dio su di lui: una vita intera al servizio dei malati in ospedale. È assunto come maestro di casa, una carica importante: era economo e capoinfermiere; ma in quegli anni essere maestro di casa significava vedere tutto e riformare molte cose. Comincia a studiare sotto la paziente guida di un sacerdote spagnolo: sa cavarsela come economo. Gli sta a cuore la situazione misera dei ricoverati, il disservizio degli inservienti, cosa fare per risollevare un po’ le sorti dell’ospedale? Intanto il Padre provinciale dei Cappuccini rilascia a Camillo una dichiarazione nella quale è scritto che la piaga sempre più profonda gli impedisce di entrare nell’Ordine. Riprende il suo compito di maestro di casa, si accorge di tante cose che non andavano: “poveri agonizzanti stavano due o tre giorni senza che nessuno gli rivolgesse una parola di conforto, passavano giorni interi senza cibo, marcivano in bruttezze e in letti disfatti e spesso i morenti venivano gettati in mezzo ai morti e sepolti vivi purchè confessati o comunicati…” (Cicatelli 1980, pp. 96-97). Camillo non poteva accettare situazioni simili, tutto in lui si ribella. Ha una fantasia fervida che gli nasce dalla misericordia che prova per ogni malato. Disponibile a tutte le ore, pronto per ricevere lui stesso i malati, inventa metodi nuovi d’avanguardia: quelle minuscole e grandi riforme che entreranno presto nelle usanze di tutti gli ospedali di allora.

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